Oggi ha inizio ufficialmente il mio Poon Hill Trekking, uno degli itinerari a piedi più celebri al mondo nel cuore del santuario dell’Annapurna. Ad accompagnarmi per i prossimi cinque giorni ci sono Amrit, una guida di 45 anni dal passo calmo e rassicurante, e suo nipote ventiseienne, che mi aiuta a portare lo zaino più pesante.
Chiamarle “colline” è una prerogativa tutta nepalese. Per chi è abituato alle vette europee, trovarsi a camminare tra montagne che superano i 7.000 metri significa ridisegnare completamente la scala delle proprie proporzioni.
Questa è la cronaca del primo giorno di cammino: un concentrato di fatica pura, 3.200 scalini in salita, conversazioni profonde e la magia di un villaggio di montagna dove l’acqua calda è un lusso e il cielo sembra non finire mai.
Questo racconto fa parte del mio viaggio in Nepal on the road: trovi tutte le tappe nella pagina dedicata ai diari di viaggio. Se cerchi la mappa tecnica, i tempi di percorrenza e i dislivelli, consulta la guida al trekking da Pokhara a Ghandruk.
Da Pokhara a Kimche: il nastro di partenza
La giornata inizia presto con un trasferimento in auto di circa 45 minuti da Pokhara fino a Nayapul, il punto di controllo turistico dove vengono verificati i permessi di trekking (TIMS e ACAP). Da lì la strada prosegue verso Kimche, il vero e proprio nastro di partenza del sentiero a piedi.
Zaino in spalla e sguardo verso l’alto: davanti a noi ci sono circa 18 chilometri di percorso e un dislivello che si fa sentire a ogni passo.
Il supplizio dei 3.200 scalini e la prova dei polmoni

Chiunque abbia fatto un trekking in Nepal sa che il vero nemico non è la pendenza stradale, ma la pietra. I sentieri verso i villaggi dell’Annapurna sono composti da sterminate scalinate irregolari scolpite nella roccia.
Contarli aiuta a non pensare alla fatica: alla fine della giornata saranno circa 3.200 scalini.
Il ritmo è lento, lentissimo. E devo ammetterlo senza filtri: i miei anni da fumatrice qui si fanno sentire tutti a ogni singola rampa! Amrit e suo nipote, però, hanno la pazienza dei santi. Non mettono fretta, rispettano le miei pause e mantengono quel passo costante nepalese che sembra non consumare mai energia.
Lungo la salita attraversiamo piccoli borghi rurali come Sauli Bazaar e Chane, incrociando contadini al lavoro nei campi terrazzati, muli carichi di merci e bambini che salutano sorridenti al grido di “Namaste!”.
Storie di strada: l’emigrazione in Kuwait e la realtà del Nepal

Una delle cose più preziose del camminare per 5 o 6 ore consecutive è il tempo che si libera per parlare. Tra un gradino e l’altro, Amrit mi racconta la sua storia personale.
Prima di fare la guida, ha lavorato per due anni in Kuwait all’interno di un impianto petrolifero. Una scelta condivisa da tantissimi giovani nepalesi, costretti a emigrare in Medio Oriente per svolgere lavori pesanti e pericolosi al solo scopo di inviare le rimesse a casa e sostenere le famiglie.
“Sono tornato a fare la guida perché là il lavoro era troppo pericoloso per la vita” mi confessa Amrit.
Sia lui che il nipote non risparmiano critiche amare verso il governo nepalese: parlano della pressione fiscale, della mancanza di prospettive per i giovani e di un Paese che stenta ancora a rialzarsi del tutto dopo le ferite drammatiche del terremoto del 2015 e gli anni del COVID-19. Parlare di vita vera mentre si sale verso la montagna rende questo viaggio infinitamente più umano.
L’arrivo a Ghandruk: quando il cielo scompare dietro i 7.000 metri
Dopo oltre cinque ore di cammino, la sofferenza dei gradini lascia il posto al totale stordimento visivo. Entriamo a Ghandruk, a 2.000 metri di altitudine, uno dei villaggi più affascinanti dell’etnia Gurung (popolazione di origine mongolo-tibetana).
Davanti a noi si spalanca la parete sud dell’Himalaya:
- Machapuchare (Fishtail, 6.993 m): La montagna sacra e inviolata, con la sua inconfondibile coda di pesce.
- Annapurna South (7.219 m): Una mole imponente di neve e ghiaccio.
- Hiunchuli (6.441 m): A completare un anfiteatro naturale spaventoso.
Le vette sono alte più del doppio delle nostre Dolomiti. Quando cerco di inquadrarle con la fotocamera, devo inclinare l’obiettivo verso l’alto a tal punto che sembra che il cielo sia del tutto scomparso, sostituito solo da pareti giganti di roccia e neve.

Il tramonto e la dura legge dei lodge di montagna
Mentre il sole inizia a calare, le cime dell’Annapurna e del Fishtail si tingono di una luce dorata e poi rosa fuoco. È lo spettacolo dell’Alpenglow himalayano, un momento magico che riempie gli occhi e zittisce ogni pensiero.
Poi subentra la realtà della sistemazione in quota: niente riscaldamento nelle camere, pareti di legno sottili e acqua calda del tutto assente per fare la doccia. Fa freddo, ma in Nepal l’adattamento non è un optional: è la regola del gioco per vivere la montagna vera.
Mi infilo nel sacco a pelo pesante con una tazza di tè caldo tra le mani, pronta per la tappa di domani.
Consigli pratici per la prima tappa del Ghorepani Poon Hill
- Gestione del fiato e delle ginocchia: Portare con sé bastoncini da trekking ammortizzati è utile per proteggere le ginocchia durante i 3.200 scalini in salita.
- Abbigliamento a strati: Durante la camminata sotto il sole si suda parecchio (maglietta traspirante raccomandata), ma appena ci si ferma a Ghandruk la temperatura crolla: tieni a portata di mano un piumino leggero.
- Powerbank e batterie: Nelle teahouse di montagna la ricarica delle apparecchiature elettroniche può essere a pagamento e solo negli spazi comuni. Porta con te powerbank capienti e mantieni le batterie del telefono vicine al corpo per non farle scaricare con il freddo.


