Giorno 12 – Diario di Viaggio in Nuova Zelanda: On the road verso la selvaggia West Coast

Lasciato l’ostello e i compagni di viaggio, mi dirigo verso la selvaggia West Coast della Nuova Zelanda. Il paesaggio cambia rapidamente: dalle verdi vallate del Nelson Lakes National Park al deserto isolato della costa occidentale, dove il vento, la pioggia e la solitudine dominano tutto. Qui, nel cuore remoto dell’isola del Sud, non c’è nulla per chilometri—solo scogliere frastagliate, foche solitarie e un’unica pizzeria nel raggio di 20 km. Un viaggio che fa riflettere sulla vita, sulle scelte e sulle profonde differenze tra chi parte per vivere e chi parte per sopravvivere.

Diario di Viaggio in Nuova Zelanda | On the road verso la selvaggia West Coast (giorno 12)

Saluto i ragazzi e le ragazze dell’ostello, compagni di avventure di queste ultime sere. Loro resteranno ancora un po’, senza sapere per quanto. Sono qui con il Working Holiday Visa, lavorano nelle fattorie raccogliendo mele o altra frutta, guadagnandosi da vivere mentre esplorano il Paese.

C’è un bel mix di culture, e mi ritrovo particolarmente a mio agio con gli argentini e gli spagnoli. Parliamo tre lingue contemporaneamente—inglese, italiano e spagnolo—e ci capiamo alla perfezione. Tra loro c’è anche Ilaria, una ragazza di Pesaro che quando non è in giro per il mondo vive a Rimini. Sta per concludere la sua avventura kiwi, pronta per una nuova destinazione. E poi c’è un finlandese, che con il suo carattere più riservato sembra un po’ fuori contesto, eppure si è integrato benissimo.

Mentre guido on the road verso la selvaggia West Coast dell’Isola Sud della Nuova Zelanda, ripenso a loro e al loro lavoro. La paga è quella minima prevista dalla legge, e inevitabilmente mi viene in mente l’Italia. Anche lì c’è chi raccoglie frutta per pochi soldi, ma la percezione è completamente diversa. Qui questi ragazzi sono giovani in cerca di esperienze, di crescita personale, di avventura. Da noi, chi lavora nei campi per una miseria spesso ha la pelle più scura e arriva da terre segnate da fame e guerra. Due realtà parallele, simili nella forma ma opposte nel significato: qui si lavora per vivere, da noi spesso per sopravvivere. Eppure, ci dimentichiamo di questa differenza e sfruttiamo le loro difficoltà per alimentare populismi e becere campagne politiche.

Mi chiedo poi perché noi scegliamo destinazioni come Australia, Canada, Nuova Zelanda per i nostri viaggi-lavoro, mentre il contrario non accade. È perché in questi Paesi la qualità della vita è così alta che nessuno sente il bisogno di partire? O perché qui ai giovani viene offerto un futuro stabile, insegnando loro ad amare la propria nazione grazie a istituzioni funzionanti? O forse perché qui non esistono sprechi e corruzione, e le tasse vengono usate come dovrebbero?

Mentre questi pensieri affollano la mia mente, il paesaggio cambia sotto i miei occhi. Attraverso immense distese coltivate, allevamenti di cavalli, mucche e pecore. Il panorama si apre su vallate solcate da fiumi larghi e serpeggianti, con montagne imponenti che lambiscono le rive dei laghi del Nelson Lakes National Park. Poi, d’improvviso, il nulla.

Sono arrivata nella ventosissima West Coast, un angolo di Nuova Zelanda dimenticato da Dio. Qui non c’è nulla. La stazione di servizio più vicina è a 90 km, così come il primo supermercato. La pizzeria—unica alternativa per mangiare nel raggio di 20 km—per fortuna dista solo cinque chilometri. Intorno a me, solo deserto, scogliere frastagliate e qualche foca che si riposa sulla costa battuta dalle onde. I moscerini rendono qualsiasi attività all’aperto un’impresa, mentre una pioggia sottile cade a intermittenza, come a ricordarmi che qui la natura comanda.

E poi c’è la solitudine. Il wifi è limitato a 200 MB, probabilmente li finirò proprio ora, pubblicando un post per sentirmi meno sola in mezzo a tutto questo infinito niente.

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