Il mio primo viaggio in solitaria: 10 giorni in Australia
Il mio primo viaggio in solitaria: dieci giorni in Australia tra Sydney, Melbourne, Great Ocean Road e Uluru. Paure, prime volte e libertà.
Il mio primo viaggio in solitaria: Australia, 2014. Dieci giorni che hanno cambiato tutto, tra città iconiche, deserti e paure vinte.
L’anno prima l’Italia era sprofondata nella crisi economica: nessuno assumeva, stage non pagati, tirocini senza fine, estati passate a raccogliere pomodori.
Io avevo in tasca una laurea specialistica di cinque anni in marketing, un CV vuoto e una testa confusa. Cercavo solo una cosa: un lavoro.
Perché senza lavoro non vai da nessuna parte.
Non sei indipendente. Non hai sogni, nè prospettive. Resti prigioniero della sopravvivenza.
E col senno di poi la risposta — arrivata dieci anni dopo — era già lì: il mio scopo è lavorare, fare soldi per spenderli in viaggi. Lo facevo già allora, senza averne consapevolezza. La verità era sotto il mio naso.
Perth: la base
Decisi di partire. Working holiday visa, biglietto di sola andata. A Perth ho lavato piatti in una cucina di catering, servito curry in un fast food indiano dentro a un centro commerciale, fatto la cameriera in un ristorante.
Non erano i lavori dei sogni, ma erano libertà. Mi permettevano di mettere via qualche soldo e di sentire che stavo costruendo qualcosa di mio. Scopri nell’articolo dedicato cosa vedere a Perth, la capitale più remota del mondo.
Con quei soldi presi la decisione più grande: il mio primo viaggio in solitaria.

Paure in valigia
Avevo l’ansia cucita addosso: insetti giganti, ragni a Sydney, scarafaggi a Perth. Paura di non capire la lingua, di non riuscire a comunicare, si sbagliare direzione, di essere fregata, di essere in ritardo, di non aver portato tutto… paura persino di annoiarmi.
La prima notte in ostello mi chiusi in una stanza da quattro letti tutta per me, pur di non dividere lo spazio con sconosciuti. Oggi mi fa sorridere, ma allora mi sembrava una mossa di sopravvivenza.
Eppure, il cuore batteva fortissimo e non solo per paura, ma soprattutto per la voglia di spaccare.
Sydney e dintorni: prime sfide del mio viaggio in solitaria

Primo volo: Perth → Sydney
L’impatto fu enorme. L’Opera House come un origami bianco sospeso sull’acqua, l’Harbour Bridge che dominava la baia al tramonto, le spiagge immense e dorate piene di bei surfisti. Camminare tra quelle strade mi faceva sentire piccola e gigantesca allo stesso tempo.

La sera, per la prima volta in vita mia, uscii da sola. Finii anche a una festa. Paura a ogni passo, imbarazzo a ogni sguardo, timore del giudizio altrui…ma anche un brivido di libertà. L’alcol sicuramente ha aiutato a sciogliermi e a godermi una serata divertente dove ho conosciuto tantissime persone. Sydney era vibrante, viva, e io stavo imparando a respirare quell’energia.

Le Blue Mountains: il primo trekking da sola
Il giorno dopo presi un treno per le Blue Mountains. Volevo vedere le Three Sisters, quelle tre torri di roccia immerse in una foresta d’eucalipti.
Fu lì che feci il primo trekking in solitaria della mia vita.

Ero terrorizzata. Alberi altissimi che coprivano la luce, silenzio totale, nessuno intorno. Ogni fruscio mi faceva sobbalzare, ogni ramo spezzato sembrava un pericolo. Il cuore batteva forte: paura, ansia, ma anche un senso di sfida.
Alla fine, quando il sentiero si aprì e davanti a me apparve il panorama blu delle montagne, con quella nebbiolina profumata di eucalipto, sentii di aver conquistato qualcosa. La paura non era sparita, ma l’avevo attraversata. Non avevo mai visto nulla di simile e così tanto sconfinato, a parte l’oceano. Niente di così grande che mano umana avesse mai toccato.

Manly: il sentiero del serpente

Non bastava. Il giorno dopo presi il traghetto per Manly: un’altra escursione, un altro trekking. Prima di prendere il sentiero, un ranger mi fermò e mi avvertì:
“Attenta, sul sentiero è stato visto un serpente. Se ti morde, hai trenta minuti per iniettarti l’antidoto.”
Rimasi di ghiaccio. Trenta minuti. Non un’ora, non due. Sarebbe stato impossibile salvarsi da soli.
Avevo già paura degli insetti, dei ragni… ora anche dei serpenti.
Ma non volevo rinunciare. Non da sola, almeno: incontrai una coppia di ragazzi tedeschi di Francoforte, due tipi simpatici, e decidemmo di fare il sentiero insieme.
Raccontavo la mia vita e ridevo per smorzare la tensione, ma ogni passo era un brivido. Guardavo l’erba, le rocce, le ombre: “E se spunta ora?”
Alla fine arrivammo sani e salvi. Il serpente non si fece mai vedere, ma la paura mi accompagnò per tutto il percorso. E insieme a quella paura, un pensiero nuovo: se avessi ascoltato solo l’ansia, sarei rimasta ferma. Invece avevo scelto di andare avanti.

Melbourne: colore e creatività

Secondo volo: Sydney → Melbourne
Stessa nazione, un’altra anima. Street art, quartieri creativi, un ritmo più alternativo. Mi sembrava una città in cui avrei potuto vivere, come se dicesse continuamente nella mia testa: “qui ci sarebbe spazio anche per te”.

Great Ocean Road: scoprire la poesia nelle rocce

Da Melbourne, un bus verso la Great Ocean Road. Me la ricorderò come prima strada panoramica che ho percorso in solitaria. E anche se non guidavo io, quella lingua d’asfalto che lambiva splendidi lidi e piccoli villaggi mi catturava, mi chiamava.
E d’improvviso quelle scogliere che emergevano dall’oceano come giganti. I 12 Apostoli erano lì, veri, scolpiti dal vento e dall’acqua. Il mio primo incontro con la natura “estrema”. Con l’imponenza dell’oceano. Avrei visto scogliere simili in altri posti anni dopo, ma quelle furono le prime, e non si dimenticano mai.

Alice Springs e Uluru: il cuore rosso dell’Australia

Un volo mi portò ad Alice Springs. Bus nelle MacDonnell Ranges, poi giù verso il cuore dell’outback.
Il deserto era ocra, rosso, punteggiato da poche piante, immobile, infinito. Strade che sembravano non finire mai, con lo stesso paesaggio che si ripeteva come il fondale di un vecchio film che scorre in eterno.

E poi Ayers Rock Uluru. La montagna sacra che si alza dal nulla dopo km di deserto. Silenzio tutto intorno, aria che vibra di cose antiche.
Fu lì che incontrai anche i primi animali davvero selvaggi del mio viaggio: canguri che saltavano liberi nel deserto. Fino a quel momento avevo visto koala e altri animali in città o in aree protette, ma vederli lì, nel loro habitat, fu un brivido. Mi resi conto di essere davvero in Australia, non più spettatrice, ma parte di quel paesaggio vivo.

Scoprii anche la storia e la cultura degli aborigeni Anangu, i custodi di quella terra. Ogni roccia e ogni mito del Dreamtime raccontavano che Uluru non era solo natura: era identità e memoria.

Piccole vittorie
Ogni giorno era una sfida.
Capire gli orari dei bus, organizzare spostamenti, resistere al caldo e al sole che picchiava, superare la paura di parlare in inglese, fidarsi delle persone.
Ogni piccola vittoria era un mattoncino di fiducia. Stavo imparando a cavarmela da sola, davvero.

Ritorno e metamorfosi
Dopo dieci giorni tornai a Perth. Ma non ero più io.
Avevo capito che la solitudine non era un ostacolo, ma un’alleata. Che potevo viaggiare, scoprire, sorprendermi senza paura.
Negli anni avrei visto deserti americani, scogliere irlandesi, fiordi neozelandesi, altre città e altri mari. Ma quelle prime immagini australiane restano scolpite dentro di me: il blu dell’oceano, il verde dei parchi, l’ocra dell’outback.
E col senno di poi, ho capito che la mia risposta era semplice: lavorare per viaggiare. Guadagnare soldi per spenderli in strade, cieli, orizzonti lontani.
Lo facevo già allora, senza saperlo.
Questo è stato solo il primo di tanti. Il mio primo viaggio in solitaria: Australia 2014.
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