Islanda on the road – Giorno 9: Arctic Coast Way
La Arctic Coast Way svela il volto più remoto del nord islandese: fiordi, villaggi di pescatori, cavalli al pascolo e leggende di troll pietrificati. Un itinerario da sogno.
Negli ultimi due giorni ho deciso di abbandonare la Ring Road, la strada più battuta dai viaggiatori, per seguire un percorso più selvaggio e autentico: la Arctic Coast Way, che percorre tutta la costa nord dell’Islanda per quasi 900 chilometri.

Questa strada, tra le più remote e affascinanti del Paese, è suddivisa idealmente in tre sezioni tematiche:
- Natura, che ho esplorato ieri tra la penisola di Tjörnes, Ásbyrgi e Húsavík;
- Villaggi di pescatori, cuore del mio itinerario di oggi;
- Saghe e mitologia, di cui ho avuto solo un assaggio finale, lungo tratti di sterrato che richiederebbero più tempo e un’auto meglio attrezzata.
La costa artica islandese è di una bellezza selvaggia e pura. Le alte vette della penisola di Tröllaskagi circondano i fiordi di Siglufjörður e Ólafsfjörður, un tempo raggiungibili solo via mare o a piedi. Oggi, due lunghi tunnel permettono di attraversarli e raggiungere questi villaggi sospesi tra mare e montagne.

Questi borghi, un tempo rivali durante l’epoca d’oro della pesca alle aringhe, si sono uniti nel comune di Fjallabyggð. Qui, un museo dedicato alla pesca e all’olio di pesce, metà all’aperto e metà al chiuso, racconta con cura la vita dei pescatori islandesi di un tempo.
Non resisto alla tentazione di assaggiare del merluzzo fresco fritto, appena pescato: anche chi non ama particolarmente il pesce non può che apprezzare la semplicità e la bontà di questi sapori.
Più avanti, lungo la Arctic Coast Way, incontro una delle chiese più antiche d’Islanda, costruita con tetto in erba e immersa in un paesaggio che sembra uscito da una fiaba nordica.

Man mano che la pianura si apre, inizia la parte del percorso dedicata alle leggende islandesi. Attorno a me solo prati infiniti e cavalli al pascolo libero.

Dopo una lunga strada sterrata di 30 km, il mare torna a farsi vedere e, davanti a me, appare Hvítserkur, un’enorme roccia dalla forma di drago o troll.
La leggenda racconta che fosse un antico troll pietrificato: voleva distruggere una campana del convento, ma fu sorpreso dall’alba e trasformato in pietra dai raggi del sole.
Un simbolo del momento in cui la mitologia pagana islandese dovette arrendersi alla luce del cristianesimo — un passaggio epocale che l’Islanda non ha mai dimenticato.

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