Cascata. Tre significati di una parola che quel giorno, durante il mio viaggio in Islanda on the road, mi è caduta letteralmente addosso.
Cascata.
Una parola semplice, che quel giorno ho vissuto in tutti i sensi: come spettacolo naturale, come caduta reale e come emozione che travolge.
La cascata “vera”
Le magnifiche Seljalandsfoss e Skógafoss, due icone islandesi alte 60 metri.
Seljalandsfoss si può osservare da ogni lato, persino da dietro, in un giro di 360 gradi sotto la pioggia sottile che spruzza dal getto d’acqua.
Skógafoss, invece, nasce da un fiume glaciale. È larga 25 metri e, come la prima, un tempo cadeva direttamente nell’oceano.
Percorro tutti e 700 i gradini fino in cima: il vento mi spinge, ma la vista mi inchioda lì.

La “caduta”
Poi, la seconda accezione di “cascata”: la caduta di un aereo.
Nel 1972, un DC-3 si schiantò sulla spiaggia nera di Sólheimasandur, vicino a Vík.
Il relitto è ancora lì, in un silenzio quasi spettrale, a sette chilometri di cammino nel nulla.
Mi avvicino e penso che certe cadute non finiscono mai davvero.

La “cascata interiore”
La terza accezione me la invento io: la cascata di emozioni che mi ha travolta durante il trekking sull’isola di Heimaey, l’unica abitata delle Vestmannaeyjar.
Salgo verso il punto panoramico più alto, lungo il sentiero Heimaklettur.
Il dislivello è brutale. Ci sono scale, catene, corde. E a un certo punto… il vuoto.
Un attacco di panico come mai prima: il cervello che urla “torna indietro”, le mani che tremano, la sensazione che la gravità stia vincendo.
Lì, ferma a metà scala, ho capito che anche la paura è una forma di vertigine della vita.
Sono andata avanti. E ce l’ho fatta. Ma non lo rifarei mai più.

Ritorno alla calma
Dall’alto, il paesaggio si apre.
Pecore che pascolano accanto al dirupo mi guardano come se fossi io quella fuori posto.
Forse hanno ragione.
In quell’istante, avrei voluto le loro quattro zampe e la loro leggerezza.
L’incontro in ostello
La sera, in ostello, incontro due persone che mi rimarranno impresse per tutto il mio viaggio in Islanda on the road.
Lei, di Bolzano, insegnante.
Lui, romano, fotoreporter.
Viaggiano da soli da una vita, come me, ma con vent’anni di esperienze in più.
Lei ha passato 15 mesi in Sudamerica da sola.
Lui è finito in prigione in Sierra Leone per un reportage.
Parliamo per ore. È come trovarsi tra simili — un’umanità nomade che si riconosce al volo.
Mi addormento con la sensazione di aver retto l’equilibrio, in tutti i sensi.
Quel giorno, in quel viaggio in Islanda on the road, ho imparato che non sempre le cadute fanno male.
A volte servono solo a ricordarci quanto siamo vivi.
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